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...e una bella fiction dal titolo “Il covo dei covi” o “Lo stalliere degli stallieri”?

 Lo stalliere degli stallieri


Non è vero che “Il capo dei capi”, la fiction su vita e opere di Totò Riina, sia inutile per la lotta alla mafia: giovedì sera, mentre guardava rapito l’ultima puntata, è stato arrestato il braccio destro del boss Lo Piccolo. Ed è un vero peccato che non fosse in onda 15 anni fa, altrimenti Totò Riina – che non ne ha perso un minuto nella sua cella – sarebbe rimasto in casa a gustarselo, i carabinieri del Ros avrebbero dovuto arrestarlo a domicilio e forse non si sarebbero dimenticati di perquisire il covo. Invece Riina uscì di casa, il Ros l’arrestò per strada e lasciò che fosse Cosa Nostra a svuotare comodamente l’appartamento.
Per il resto, è ormai evidente che la fiction di Canale5 era uno spottone per la mafia, nonostante la sua grande accuratezza artistica, o forse proprio per questa. Il pm Ingroia parla di “iconografia della mafia al contrario” e racconta la sua esperienza nelle scuole di Corleone e San Giuseppe Iato, dove i ragazzi si dichiarano nemici di Cosa Nostra ma poi trovano che il personaggio più simpatico de “Il capo dei capi” fosse proprio lui, Totò Riina.
Cose che capitano, al di là della volontà degli ottimi sceneggiatori e artisti, quando si racconta la lotta fra Stato e Antistato come in un film western: un lungo combattimento tra due eserciti contrapposti, ciascuno con i suoi caduti. Alla fine poliziotti e giudici da una parte, mafiosi dall’altra, appaiono come eroi, positivi o negativi, ma comunque eroi. Come i cow-boy e gli indiani. I buoni troppo buoni e i cattivi troppo cattivi rischiano di polarizzare l’attenzione, facendo perdere di vista il fondale su cui si muovono: un fondale complesso e tridimensionale, come tridimensionali sono lo Stato e l’Antistato. Che, nella realtà, non sono mondi nettamente separati, ma mescolati e intrecciati in mille complicità, opacità, zone grigie sul terreno del potere. Nelle ultime fiction (ma non nella vecchia e gloriosa “Piovra”), le liaisons fra la mafia e chi dovrebbe combatterla – politici, imprenditori, forse dell’ordine, qualche giudice – non esistono. O non si vedono. O appaiono sfuocate.
Ha ragione Mastella a parlare di spettacolo “diseducativo”. Ma la soluzione non è quella da lui proposta: cioè sospendere la fiction su Riina o, a maggior ragione, annullare quella su Graziella Campagna “per non turbare il processo”. Anzitutto perché non spetta ai ministri decidere cosa va in onda e cosa no. Quanto alle fiction, bisognerebbe aggiungere, non togliere. Perché ne “Il capo dei capi” non si mostrano gli incontri consacrati da fior di sentenze, fra i boss e Andreotti, Berlusconi, Dell’Utri? Perché oltre alla scena dell’incontro fra un vecchio carabiniere e Vito Ciancimino, non si spiega che l’ufficiale è Mario Mori, all’epoca vice-capo del Ros e poi capo del Sisde? Perché non si fa notare che, appena nata Forza Italia, Cosa Nostra smise di attaccare lo Stato dopo aver messo a ferro e fuoco Milano, Firenze, Roma? Perché non si spiega cosa intendeva Riina dicendo “facciamo la guerra per fare la pace” (la pax mafiosa dura tutt’oggi e sappiamo a che prezzo)? Perché non si fa nemmeno un cenno alla trattativa che, secondo diversi mafiosi pentiti e una sentenza del Tribunale di Palermo, si svolse sullo scorcio del ’93 fra Dell’Utri e Provenzano, tramite l’ex “stalliere” Mangano che faceva la spola tra Palermo e gli uffici di don Marcello a Publitalia dove stava nascendo Forza Italia?
Certo, una fiction così completa difficilmente andrebbe in onda su Canale5: sarebbe come parlare di stalle in casa dello stalliere. Ma c’è pure il “servizio pubblico”, almeno così dicono. Se mostrasse il lato oscuro del potere che rende indistinguibile Stato e Antistato, nessuna fiction farebbe danni ai bambini, agli adulti, ai giudici. Tutti saprebbero qual è lo sfondo su cui si muovono i personaggi. Invece manca il nesso tra i fatti che, anche quando fanno capolino, restano isolati, avulsi dal contesto. E nessuno sa o ricorda più nulla.
Persino il Tribunale di Milano è uscito – se è vero quanto scrive Il Giornale – con un’incredibile sentenza che assolve Jannuzzi da una denuncia di Caselli affermando che:
1 – lasciando perquisire il covo di Riina ai mafiosi, il Ros fu “ineccepibile” (ma il Tribunale di Palermo, assolvendo Mori e il capitano Ultimo dal favoreggiamento mafioso, parla di gravi “responsabilità disciplinari”)
2 – il Ros era d’accordo con i pm (ma per i giudici di Palermo “ingannò la Procura”)
3 – dando retta alla Procura “Riina non sarebbe mai stato preso” (ma quando il Ros abbandonò il covo dopo aver giurato alla Procura di sorvegliarlo giorno e notte, era già in carcere da ore).
Una bella fiction dal titolo “Il covo dei covi”, o “Lo stalliere degli stallieri”, farebbe bene a tutti. Anche a certi giudici e giornalisti, smemorati o disinformati.

Uliwood Party di Marco Travaglio
L’Unità del 3.12.2007

Pubblicato il 8/12/2007 alle 20.36 nella rubrica Articoli di Marco Travaglio.

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