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Salvo Tgweb

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Con l'ex magistrato Gherardo Colombo

Colombo ad Agrigento.
Articoli e  video:
link1; link2; link3.

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Ad Enna con il giornalista Lirio Abbate.
Presentazione del libro "I Complici. Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al Parlamento". (di Abbate e Gomez)

Incontro “Terra di mafia e di lotta alla mafia”
svoltosi a Palma di Montechiaro (AG)
foto con M. Travaglio (ottobre 2006)

Con M. Travaglio e S. Guzzanti in occasione della presentazione di "Intoccabili" e  "Reperto Raiot" a Palermo (2005)

 

V-DAY Agrigento

foto del V-Day agrigentino foto (clicca qui) e anche il video (clicca qui)

V2-DAY 

Qui il video del secondo v-day

V2-Day il video (clicca qui)

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Manifesti "Amici di Beppe Grillo con Sonia Alfano presidente". Regionali 2008.

Con Sonia Alfano in visita presso il nosocomio agrigentino. (foto di Elio Di Bella)

Sonia Alfano ad Agrigento elezioni Europee 2009

 

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TUTTI GLI ANIMALI SONO UGUALI MA ALCUNI ANIMALI SONO PIU' UGUALI DEGLI ALTRI   G. Orwell
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“La tragedia dell’Italia è la sua putrefazione morale, la sua indifferenza, la sua vigliaccheria”. Piero Calamandrei
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"Non è la libertà che manca.
Mancano gli uomini liberi".          Leo Longanesi
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"Può stare nel luogo santo chi ha mani innocenti e cuore puro. Mani innocenti sono mani che non vengono usate per atti di violenza. Sono mani che non sono sporcate con la corruzioni e con tangenti. Cuore puro, quando il cuore è puro? E' puro un cuore che non si macchia con menzogna e ipocrisia, un cuore che rimane trasparente come acqua sorgiva perchè non conosce doppiezza".
Papa Benedetto XVI
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Oggi la nuova resistenza in che cosa consiste. Ecco l'appello ai giovani: di difendere queste posizioni che noi abbiamo conquistato; di difendere la Repubblica e la democrazia. E cioè, oggi ci vuole due qualità a mio avviso cari amici: l'onestà e il coraggio. L'onestà... l'onestà... l'onestà. [...] E quindi l'appello che io faccio ai giovani è questo: di cercare di essere onesti, prima di tutto: la politica deve essere fatta con le mani pulite. Se c'è qualche scandalo. Se c'è qualcuno che dà scandalo; se c'è qualche uomo politico che approfitta della politica per fare i suoi sporchi interessi, deve essere denunciato!       Sandro Pertini

Per me libertà e giustizia sociale, che poi sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile: non vi può essere vera libertà senza la giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà. Ecco, se a me socialista offrissero la realizzazione della riforma più radicale di carattere sociale, ma privandomi della libertà, io la rifiuterei, non la potrei accettare. [...] Ma la libertà senza giustizia sociale può essere anche una conquista vana. Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero.       S. Pertini

Sono del parere che la televisione rovina gli uomini politici, quando vi appaiono di frequente.                              S. Pertini
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Non è necessario essere socialisti per amare Pertini. Qualunque cosa egli dica o faccia, odora di pulizia, di lealtà e di sincerità.                 Indro Montanelli
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"Veramente la scoperta che c'è un'Italia berlusconiana mi colpisce molto: è la peggiore delle Italie che io ho mai visto, e dire che di Italie brutte nella mia lunga vita ne ho viste moltissime. L'Italia della marcia su Roma, becera e violenta, animata però forse anche da belle speranze. L'Italia del 25 luglio, l'Italia dell'8 settembre, e anche l'Italia di piazzale Loreto, animata dalla voglia di vendetta. Però la volgarità, la bassezza di questa Italia qui non l'avevo vista né sentita mai. Il berlusconismo è veramente la feccia che risale il pozzo". Indro Montanelli


12 luglio 2010

"Signori della Corte, questa è la cronaca di una morte annunciata". Ricordiamo Giorgio Ambrosoli.



"Di fronte a un Cuccia che tace per anni, c'è un Ambrosoli che il giorno dopo la prima telefonata sale le scale del palazzo di giustizia e sporge la sua denuncia. Erano uomini diversi. L'uno è ancora a capo di Mediobanca, e l'altro è entrato nella storia. Lasciatemelo dire senza retorica. Giorgio Ambrosoli sarà ricordato come un esempio assoluto di dedizione al dovere e allo Stato" (P.M. Guido Viola, processo Ambrosoli).

Trentuno anni fa moriva Giorgio Ambrosoli. Solitario eroe e servitore delle Stato mai adeguatamente ricordato e celebrato.
Il motivo è semplice. Il suo potrebbe essere un pernicioso esempio per il sistema Italia, che vive e si alimenta grazie ai cattivi modelli delle classi dirigenti. All'aiuto di un sistema informativo del tutto servile e compiacente. E, dulcis in fundo, mercè il nostro disinteresse.

La storia di Ambrosoli andrebbe raccontata e studiata per bene. Vi invito a farlo da soli  e sin da ora (prima che ci convincano che Mangano siano davvero un eroe!).
Molto bello il libro del figlio, Umberto, intitolato "Qualunque cosa succeda". Nel leggerlo mi sono venuti più volte i brividi.
Personalmente vorrei ricordarlo con uno splendido articolo del 10 dicembre 1985, a firma di Fabrizio Ravelli, pubblicato su Repubblica. Di seguito l'articolo.

MILANO - Al processo Ambrosoli ha la parola il pubblico ministero Guido Viola. E' in piedi, dietro al suo banco che i difensori hanno affollato di piccoli registratori per poter riascoltare poi il loro avversario. Anche Viola tiene in mano uno di questi aggeggi, accostato al microfono, e traffica con i pulsanti. "Pronto, avvocato!", si sente. In aula qualcuno ridacchia, pensando a un errore, a un' interferenza. Viola spegne, e ritorna daccapo. "Pronto, avvocato!", ripete la voce. "Buon giorno", risponde un' altra voce, bassa e calma. "Buon giorno. L' altro giorno ha voluto fare il furbo. Ha fatto registrare tutta la telefonata", la prima voce è minacciosa, e ha un pesante accento siciliano. Nell' aula s' è fatto silenzio: ora tutti hanno capito di cosa si tratta. "Chi glielo ha detto?", chiede la voce bassa, e ora tutti sanno che è quella di Giorgio Ambrosoli. Risponde il picciotto: "Eh, sono fatti miei chi me l' ha detto. Io la volevo salvare, ma da questo momento non la salvo più". "Non mi salva più?". "Non la salvo più, perchè lei è degno solo di morire ammazzato come un cornuto! Lei è un cornuto e un bastardo!". Viola spegne il registratore. Silenzio glaciale: è la prima volta che si ascoltano in pubblico quelle tremende minacce. "Signori della Corte, questa è la cronaca di un morte annunciata", attacca il pubblico ministero. E' la prima delle due puntate della sua requisitoria, in questo processo per la morte dell' avvocato Giorgio Ambrosoli e per le altre malefatte del clan sindoniano. Michele Sindona, anche oggi, non s' è fatto vedere. C' è invece, nel gabbione, l' imperturbabile Robert Venetucci: sta in piedi accostato alle sbarre, e ascolta la traduzione che gli fa una giovane interprete. Guido Viola è emozionato, si vede. Parla quasi sempre rivolto ai giudici popolari. Sono undici anni che lavora a questa vicenda, e ancora oggi lo sdegno e il nervosismo gli fanno infilare qualche accento enfatico. Fra gli avvocati c' è chi sorride, ripromettendosi di batterlo sul terreno dell' oratoria. Ma c' è proprio poco da ridere: la storia che Viola racconta è ancora tutta da ascoltare e da studiare. Il pubblico ministero comincia da lontano, dal 1974 che segnò per Michele Sindona l' ora del crack. "Michele Sindona si è sentito sempre tradito: un sistema politico gli aveva consentito di arrivare dov' era arrivato. Ma come, pensò, ora mi fate fallire? Ma chi è stato a provocare la mia caduta? Lui non ha mai pensato che era stato il suo comportamento. ...  >> continua >>


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4 settembre 2009

Dalla Chiesa. La mano fu mafiosa... il resto?

In ricordo di Dalla Chiesa

 


Ieri molti tg hanno mandato in onda servizi sulla commemorazione del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa inscenando il solito teatrino del "ricordo" e della "lotta alla mafia".

In merito a quest’ultima è inutile accennare alla non credibilità delle nostre istituzioni quando parlano di lottare e sconfiggere Cosa nostra.

Invece, la questione che più mi avvilisce è quella del perché non si vogliono far sapere alla maggior parte dei cittadini i retroscena di quell’omicidio.

Penso sia il modo più giusto per “ricordare” il generale nominato prefetto e spedito a Palermo in quella primavera del 1982.

Perché nessuno ricorda ciò che il generale scriveva nei suoi diari in merito alla sua spedizione a Palermo?

Perché non accennare al resoconto scritto nello stesso diario, dopo essere stato convocato da Andreotti per un incontro?

Cosa scriveva nero su bianco, all’allora presidente del Consiglio Spadolini, della “corrente andreottiana” il generale?

Cos’altro sulle sue preoccupazioni esternate a Rognoni (allora ministro degli Interni) in merito allo scontro che lo attendeva in Sicilia con la corrente andreottiana e Salvo Lima?

Perché quelle resistenze a concedere i poteri di coordinamento che richiedeva?

Quali le anomalie di quell’omicidio?

Chi aveva interesse ad eliminare il generale?

La mafia voleva davvero commettere quel delitto? Gli conveniva?

Cosa dicevano i cugini Salvo in merito a questo omicidio a Vito Ciancimino?

Cosa affermano autorevoli collaboratori di giustizia? Qualche riferimento alla P2?

Perché quella voglia di preannunciare e rivendicare l’omicidio quando ancora il prefetto non aveva posto in essere alcuna azione contro la mafia?

Tante le domande che meriterebbero un piccolo dibattito su giornali e tv.

Nel mio piccolo, consiglio la lettura del libro “Il itorno del principe” per avere un’idea su come da sempre gli alti piani del potere hanno tramato contro i nostri interessi di cittadini.

Infine, ecco le parole proferite ieri da Rita Dalla Chiesa alle quali non è seguita alcuna eco: «Mio padre puntava a minare quei rapporti di collusione fra politica e mafia che hanno fatto tante vittime e che continuano a essere avvolti nel mistero».


P.s.: I cittadini di Palermo tenuti lontano dallla cerimonia e gli stendardi del comune di fronte la celebre lavanderia di Tanino Cinà (già amico di Silvio e Marcello)!!!




25 gennaio 2009

La confusione regna sovrana. Inchieste politico-mafiose, campagne diffamatorie, realtà imprenditoriali siciliane, politici siciliani e agrigentini. Sgarbi al pari di Sciascia!?



Sento il bisogno di rispondere a un commento (che riporto in fondo) dai contenuti diffusissimi  tra la gente (a causa probabilmente della scarsa qualità dell’informazione).

Colgo l’occasione, quindi, per affrontare un po’ i temi di mafia, politica e informazione (sui quali c’è sempre confusione).

 

 

- Il lettore esordisce dicendo: "… ancora non avete capito che con la scusa della lotta alla mafia, che e’ giusto che si faccia,…".

 

Ma come credi che vada fatta? La battaglia va fatta per vincerla e si vince  solo se si mira alla testa, alla mente dell'organizzazione. O pensi, come la maggior parte dei politici e dei giornalisti servi del potere, che basti tagliar qualche ramo della manovalanza mafiosa? La storia insegna che da sempre le inchieste su mafia (e inevitabilmente politica) si perdevano e venivano elise nel momento in cui si salivano i vari piani della gerarchia (vedi, per citare un esempio noto, la storia del prefetto Mori ai tempi di Mussolini).

Oggi è lo stesso. Le inchieste su mafia e politica si cercano in tutti i modi di bloccarle, di soffocarle, di sopprimerle. Con campagne diffamatorie innanzitutto. Le reti Mediaset hanno fatto scuola. Oltre a Sgarbi (leggendario menzognere), a titolo d’esempio, vorrei ragguagliarti sugli attacchi studiati a tavolino da Liguori e il suo “Fatti e misfatti” per isolare Caselli e delegittimarlo, da un lato, e dell’altro portare sostegno al padrone screditando i processi ad Andreotti e Dell’Utri.

Possiamo citare anche un altro artista proclive ai falsi: Lino Jannuzzi (in linea con Liguori e Sgarbi anche nel caso del suicidio Lombardini). Non perderò tempo a citare tutte le sue menzogne. Ma, per restare in argomento, come non menzionare i suoi celebri attacchi a Falcone, così  come quelli a Caselli? E non per niente giornalista preferito dai boss mafiosi (vedi intercettazioni Guttadauro-Aragona). E di stima, nelle stesse intercettazioni, gode anche un altro noto piaggiatore: Giuliano Ferrara.

 

- Altra frase nel commento: “svegliamoci siciliani onesti e riprendiamoci i nostri diritti”

Come ti "riprendi i tuoi diritti"? Attaccando come fa Sgarbi e i suoi compari i magistrati che combattono in prima linea la mafia?

La mafia è semplicemente e brutalmente uno dei modi in cui si manifesta il  potere politico.

Esiste e continua ad esistere proprio perché connessa alla politica. Se fosse stata solo un'organizzazione di semplici criminali, magari con la passione per la cicoria e la ricotta, sarebbe stata debellata da più di un secolo.

Sgarbi & C. attaccano sempre le inchieste e i magistrati che indagano sulle relazioni politico-mafiose. Pensi lo facciano per difendere noi onesti cittadini? O difendono la casta? E guarda che le responsabilità del perchè la mafia è sempre in forma smagliante - risollevata da un periodo in cui era quasi stremata (ma anche questo meriterebbe altro approfondimento) - va trovata proprio in quelle istituzioni che non vogliono realmente combatterla, ma preferiscono conviverci! E farci affari.

 

- Le “realtà imprenditoriali siciliane”?

Perchè te la prendi con i “potenti del nord”? Quelli siciliani per primi non ti bastano? Secondo te come è possibile che nella mia città (Agrigento) nel 2009 manchi ancora l’acqua? Quanti sono i politici siciliani e agrigentini che ricoprono ruoli di altissimo livello al governo nazionale e regionale? Il nord c’entra poco. Le inchieste sulla mafia non c’entrano niente con il nostro mancato sviluppo. Quest’ultimo è probabilmente più collegato ai politici collusi con la mafia che non ai “signori potenti del nord”, come da tua definizione.

Inoltre, ti comunico che non c'è mai stato libero mercato in Sicilia. Non vi è economia democratica.

Come risulta da molteplici processi è tutto controllato dalla mafia. Vuoi per caso che non vengano fatti neanche questi processi? Pensi che così gli imprenditori del nord vengano a portar benessere qui? E una volta arrivati qui, con chi pensi dovranno fare i conti?

Tu non puoi entrare, qualora lo volessi, nel mercato se prima non chiedi il permesso a Cosa nostra o se appena inizi ad acquisire quote di mercato (anche minime) non ottieni da loro la messa a posto, l'autorizzazione et similia.

Non è la guerra alla mafia che fa sì che si manifesti questa realtà.

 

- A proposito delle “guerre tra le procure”.

In questo caso sarò brevissimo. Non vi è stata alcuna guerra tra procure. Tutto montato ad arte per annullare quelle inchieste e quei magistrati. La procura di Salerno ha agito secondo legge. Quella di Catanzaro no.  Il problema è che Salerno aveva trovato riscontri alle denunce di De Magistris. E il “sistema” non può permettersi che si sappia che De Magistris aveva ragione, che stava agendo secundum legem, che era suo dovere farlo, e che è stato allontanato per il suo “non allineamento”. E allora: “guerra tra procure”! Così il cittadino non capisce niente.

 

- E gran finale: "bravo Sgarbi che dice il giusto al pari di Sciascia siciliano DOC".

Premesso che accostare Sgarbi a Sciascia è un’offesa per lo scrittore scomparso.

Sciascia va ricordato per quei romanzi coi quali denunciava (come anche Pasolini) la progressiva mafiosizzazione dello stato. Fotografava la realtà evidente ai più, ma che non emergeva come verità comune e verità processuale. Metteva in luce che non vi poteva esser giustizia contro i crimini del potere. Che i pochi volenterosi, in cerca di verità e giustizia, alla fine venivano uccisi o trasferiti. O non gli era possibile dimostrare i fatti a causa dei depistaggi e degli insabbiamenti che avvenivano per mano delle istituzioni stesse. La storia è sempre quella: impunità assoluta per i potenti e pugno fermo per il quisque de populo.

Diceva Sciascia nel 1979 in una celebre intervista: “i cittadini che fanno il proprio dovere, innanzitutto come semplici contribuenti, si vedono regolarmente presi in giro prima e ridicolizzati poi [...] perchè quelli che frodano il fisco vengono poi premiati con le leggi di perdono fiscale che costituiscono una esortazione e un incoraggiamento al non rispetto della legge, a essere un cattivo cittadino."

(Piccola riflessione: ma come mai il re dei condoni fiscali da noi è tanto amato?)

Ed ancora, nella stessa intervista: "Quali garanzie offre questo Stato [...] per quanto attiene all'applicazione del diritto, della legge, della giustizia? Quali garanzie offre contro [...] l'abuso di potere, l'ingiustizia? Nessuna. L'impunità che copre i delitti commessi contro la collettività e contro i beni pubblici, è degna di un regime di tipo sudamericano: neppure uno dei grandi scandali scoppiati in trent'anni ha avuto un chiarimento, nessuno dei responsabili è stato punito”.

Sono passati quasi altri trent’anni e quegli scandali a cui si riferisce sono ancora lì. Anzi, purtroppo, se ne sono aggiunti altri ancor più tragici e gravi.

 

 

Il celebre articolo al quale penso tu ti riferisca, quando accosti Sciascia a Sgarbi, è stato invece un episodio infelice e ha scaturito quello che lo scrittore racalmutese forse non aveva previsto.

E’ chiaro che quest’articolo è stato astutamente sfruttato dai nemici del pool.

Pensa un po’ al nefasto esempio indicato dallo scrittore col quale si mostrava il giudice Paolo Borsellino personaggio che faceva carriera soltanto perché si occupava di mafia.

Segnalo comunque che Sciascia tempo dopo ha avuto l’occasione di parlare proprio con il summenzionato giudice. Lo scrittore cambiò idea poco tempo dopo e racconta di essere stato travisato. A riguardo vorrei segnalare quest’articolo-intervista a Paolo Borsellino (risalente all’agosto del 1991). http://www.cuntrastamu.org/mafia/speciali/falcone/borsellino1.htm

Lo scrittore racalmutese criticava chi in quel periodo cavalcava l’onda dell’antimafia per esclusivo tornaconto personale; avvertiva il pericolo “antimafia come strumento di potere”; paventava che qualche politico o magistrato, non animato da buone intenzioni, potesse profittarne. Esclusivamente per interessi personali. (Mi vien da pensare al primo periodo, alla cosiddetta discesa in campo, dell’attuale presidente piduista che fu abilissimo a cavalcare l’onda di tangentopoli - e della pulizia dell’allora criminale classe dirigente - dichiarandosi apertamente a favore dei giudici, ai quali comunicava che il sostegno da parte del suo schieramento non sarebbe mai mancato.  Per le risate, vi prego, trattenetevi.)

Oggi, come allora,  le parole di Sciascia vengono strumentalizzate da quanti hanno soltanto l’intenzione di fermare giudici che fanno il loro dovere. Giudici che non fanno di certo carriera con l’antimafia, ma anzi  rimangono isolati dal loro stesso ambiente. Messi sotto pressione dalla stampa e dai politici. Ricattati, intimiditi, minacciati di sanzioni. Quando non vengono uccisi.

Dato che è dimostrato che non si fa carriera con l’antimafia, qualcuno sa spiegarmi chi glielo fa fare? Lo stipendio lo prenderebbero in ogni caso. Perché rischiare tanto?

Concludo dicendo che dopo la rappacificazione tra Borsellino e Sciascia, l’ultima considerazione che ebbe Borsellino in merito a quell'articolo apparso sul Corrire nell'87, fu di ben altro tipo.

Va infatti ricordato cosa  disse il magistrato il 26.06.92 (un mese dopo la strage di capaci e meno di un mese dalla sua): "Giovanni ha cominciato a morire tanto tempo fa. Questo paese, questo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciarono a farlo morire nel gennaio 1988, quando gli fu negata la guida dell'Ufficio Istruzione di Palermo. Anzi, forse cominciò a morire l'anno prima: quando Sciascia sul "Corriere" bollò me e l'amico Leoluca Orlando come professionisti dell'antimafia" .

 

Segnalo infine l’articolo di Nando Dalla Chiesa: Sciascia, perché non mi pento

 

Ecco il testo del commento di un certo Max:

bravi , svegli direi, ancora non avete capito che con la scusa della lotta alla mafia, che e’ giusto che si faccia, i signori potenti del nord hanno indiscriminatamente fatto fuori quasi tutte le realta’ imprenditoriali siciliane , oneste e disoneste.Se e’ questo il prezzo da pagare io non ci sto, e non dovreste accettare neanche voi , perche’ dobbiamo andare al nord per lavorare, perche’ al sud i signori potenti non ci hanno fatto fare neanche una ferrovia del ca….. che possa essere definita decente mentre loro hanno i treni ad alta velocita’, e chio ha detto che la magistratura dia sentenze giuste? i fatti degli ultimi tempi con le guerre tra le procure non vi dice niente?
svegliamoci siciliani onesti e riprendiamoci i nostri diritti di uomini normali non mafiosi tutti da dominare con il bastone , bravo sgarbi che dice il giusto al pari di SCiascia siciliano DOC , SVEGLIAAAAAAAA





30 maggio 2008

"Il Divo" ad Annozero. Che serata sarà?



"Il Divo" ad Annozero.  Spero sia anche l'occasione per raccontare un po' agli italiani qualcosa di vero sui processi ad Andreotti.
Date un'occhiata agli ospiti!

ECCO LA SCHEDA DELLA SERATA CHE ANDRA' IN ONDA QUESTA SERA:

Venerdì 30 maggio
il divo e noi

“Il divo e noi” è il titolo della puntata di Annozero in onda venerdì 30 maggio, su Raidue alle 21.05.

Dopo la premiazione a Cannes, Il divo, il film di Paolo Sorrentino che racconta la storia di Giulio Andreotti, è uscito nelle sale italiane, provocando entusiasmi, ma anche polemiche e distinguo. “E’ un collage di luoghi comuni e maldicenze”: questo è il duro giudizio di Paolo Cirino Pomicino. Del resto la figura di Andreotti non è stata ancora metabolizzata dal Paese. L’Italia è passata alla “seconda Repubblica” senza riflettere su ciò che il divo Giulio, sette volte presidente del Consiglio, ha rappresentato negli anni della strategia della tensione, della stagione della P2, dei rapporti mafia-politica... Questa rimozione continua ancora oggi a pesare sulla politica?

Ne discuteranno in studio Paolo Cirino Pomicino, Claudio Martelli, il direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli, il regista del film “Il divo” Paolo Sorrentino, Anna Bonaiuto, attrice, lo scrittore Carlo Lucarelli, Umberto Ambrosoli (figlio di Giorgio, l’eroe borghese liquidatore della banca di Sindona), la giornalista Natalia Aspesi e Marco Travaglio.

Come di consueto ci saranno gli ospiti di Beatrice Borromeo e le vignette di Vauro.


(Lascia un commento sul blog di Annozero)

P.s.
Guarda il video
Travaglio & Luttazzi sbugiardano Celli (ex direttore gen. Rai)
A proposito leggi anche: http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/post/1920479.html


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20 febbraio 2008

Fidel si ritira!

Fidel si ritira!

Castro annuncia il suo ritiro, mi chiedo, quando avremo il piacere di sentire che i nostri matusalemme smontano le tende?
Prodi ha dichiarato poco tempo fa che si toglierà di mezzo, staremo a vedere se è vero. Spero lo seguano i vari Andreotti, Berlusconi, Dini, Cossiga…


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8 dicembre 2007

...e una bella fiction dal titolo “Il covo dei covi” o “Lo stalliere degli stallieri”?

 Lo stalliere degli stallieri


Non è vero che “Il capo dei capi”, la fiction su vita e opere di Totò Riina, sia inutile per la lotta alla mafia: giovedì sera, mentre guardava rapito l’ultima puntata, è stato arrestato il braccio destro del boss Lo Piccolo. Ed è un vero peccato che non fosse in onda 15 anni fa, altrimenti Totò Riina – che non ne ha perso un minuto nella sua cella – sarebbe rimasto in casa a gustarselo, i carabinieri del Ros avrebbero dovuto arrestarlo a domicilio e forse non si sarebbero dimenticati di perquisire il covo. Invece Riina uscì di casa, il Ros l’arrestò per strada e lasciò che fosse Cosa Nostra a svuotare comodamente l’appartamento.
Per il resto, è ormai evidente che la fiction di Canale5 era uno spottone per la mafia, nonostante la sua grande accuratezza artistica, o forse proprio per questa. Il pm Ingroia parla di “iconografia della mafia al contrario” e racconta la sua esperienza nelle scuole di Corleone e San Giuseppe Iato, dove i ragazzi si dichiarano nemici di Cosa Nostra ma poi trovano che il personaggio più simpatico de “Il capo dei capi” fosse proprio lui, Totò Riina.
Cose che capitano, al di là della volontà degli ottimi sceneggiatori e artisti, quando si racconta la lotta fra Stato e Antistato come in un film western: un lungo combattimento tra due eserciti contrapposti, ciascuno con i suoi caduti. Alla fine poliziotti e giudici da una parte, mafiosi dall’altra, appaiono come eroi, positivi o negativi, ma comunque eroi. Come i cow-boy e gli indiani. I buoni troppo buoni e i cattivi troppo cattivi rischiano di polarizzare l’attenzione, facendo perdere di vista il fondale su cui si muovono: un fondale complesso e tridimensionale, come tridimensionali sono lo Stato e l’Antistato. Che, nella realtà, non sono mondi nettamente separati, ma mescolati e intrecciati in mille complicità, opacità, zone grigie sul terreno del potere. Nelle ultime fiction (ma non nella vecchia e gloriosa “Piovra”), le liaisons fra la mafia e chi dovrebbe combatterla – politici, imprenditori, forse dell’ordine, qualche giudice – non esistono. O non si vedono. O appaiono sfuocate.
Ha ragione Mastella a parlare di spettacolo “diseducativo”. Ma la soluzione non è quella da lui proposta: cioè sospendere la fiction su Riina o, a maggior ragione, annullare quella su Graziella Campagna “per non turbare il processo”. Anzitutto perché non spetta ai ministri decidere cosa va in onda e cosa no. Quanto alle fiction, bisognerebbe aggiungere, non togliere. Perché ne “Il capo dei capi” non si mostrano gli incontri consacrati da fior di sentenze, fra i boss e Andreotti, Berlusconi, Dell’Utri? Perché oltre alla scena dell’incontro fra un vecchio carabiniere e Vito Ciancimino, non si spiega che l’ufficiale è Mario Mori, all’epoca vice-capo del Ros e poi capo del Sisde? Perché non si fa notare che, appena nata Forza Italia, Cosa Nostra smise di attaccare lo Stato dopo aver messo a ferro e fuoco Milano, Firenze, Roma? Perché non si spiega cosa intendeva Riina dicendo “facciamo la guerra per fare la pace” (la pax mafiosa dura tutt’oggi e sappiamo a che prezzo)? Perché non si fa nemmeno un cenno alla trattativa che, secondo diversi mafiosi pentiti e una sentenza del Tribunale di Palermo, si svolse sullo scorcio del ’93 fra Dell’Utri e Provenzano, tramite l’ex “stalliere” Mangano che faceva la spola tra Palermo e gli uffici di don Marcello a Publitalia dove stava nascendo Forza Italia?
Certo, una fiction così completa difficilmente andrebbe in onda su Canale5: sarebbe come parlare di stalle in casa dello stalliere. Ma c’è pure il “servizio pubblico”, almeno così dicono. Se mostrasse il lato oscuro del potere che rende indistinguibile Stato e Antistato, nessuna fiction farebbe danni ai bambini, agli adulti, ai giudici. Tutti saprebbero qual è lo sfondo su cui si muovono i personaggi. Invece manca il nesso tra i fatti che, anche quando fanno capolino, restano isolati, avulsi dal contesto. E nessuno sa o ricorda più nulla.
Persino il Tribunale di Milano è uscito – se è vero quanto scrive Il Giornale – con un’incredibile sentenza che assolve Jannuzzi da una denuncia di Caselli affermando che:
1 – lasciando perquisire il covo di Riina ai mafiosi, il Ros fu “ineccepibile” (ma il Tribunale di Palermo, assolvendo Mori e il capitano Ultimo dal favoreggiamento mafioso, parla di gravi “responsabilità disciplinari”)
2 – il Ros era d’accordo con i pm (ma per i giudici di Palermo “ingannò la Procura”)
3 – dando retta alla Procura “Riina non sarebbe mai stato preso” (ma quando il Ros abbandonò il covo dopo aver giurato alla Procura di sorvegliarlo giorno e notte, era già in carcere da ore).
Una bella fiction dal titolo “Il covo dei covi”, o “Lo stalliere degli stallieri”, farebbe bene a tutti. Anche a certi giudici e giornalisti, smemorati o disinformati.

Uliwood Party di Marco Travaglio
L’Unità del 3.12.2007




5 dicembre 2007

Eh si, il problema... è il traffico!!!

 Il problema è il traffico

 Onore al sindaco Uòlter Veltroni per aver licenziato in tronco il comandante dei vigili di Roma, che parcheggiava la fuoriserie in divieto di sosta usando un permesso per disabili altrui, per giunta scaduto. I piagnistei dell’interessato lasciano il tempo che trovano: quando viene meno il rapporto fiduciario tra l’azienda e il manager, questi se ne va su due piedi, e se qualche legge gli consente di restare o di tornare al suo posto va cambiata subito. Soprattutto per ruoli di enorme responsabilità come quello del capo della polizia urbana di una metropoli.
Si spera che il caso di Roma diventi un precedente per tutta la Pubblica amministrazione, infestata di pregiudicati per concussione, corruzione, abuso, peculato, molestie, pedofilia, che non si riescono a cacciare perché il procedimento disciplinare è fatto apposta per garantire la prescrizione (per avviarlo bisogna attendere i 4-5 gradi di giudizio della giustizia ordinaria). Ora il ministro Nicolais ha pronta una riforma che consente il licenziamento immediato e automatico dei condannati o di chi ha patteggiato, ma solo se la pena supera i 2 anni: ed è noto che, per i delitti contro la PA, basta lo sconto del rito abbreviato per assicurare scendere sotto i 2 anni. Il ministro spiega che le pene basse corrispondono a «reati minori»: non è così, ma, anche se lo fosse, perché mai un amministratore dovrebbe avere licenza di commettere reati minori? Perché dobbiamo stipendiare qualcuno che ruba, ma solo un po’? La cacciata - sacrosanta - del comandante dei vigili di Roma evidenzia lo sconvolgimento della scala di valori che il berlusconismo (di destra e di una certa sinistra) ha prodotto in questi ultimi 15 anni. Cosimo Mele, quand’era vicesindaco al suo paese, fu arrestato per concussione per aver intascato mazzette ed essersele poi giocate al casinò: l’Udc lo candidò al Parlamento. Poi fu sorpreso in un coca party con due squillo, e fu espulso dal partito. Morale: rubare fa curriculum per la carriera parlamentare, andare a prostitute e farsi una sniffata è peccato mortale. E allora: se, invece di parcheggiare in divieto fingendosi disabile, il comandante dei vigili fosse rinviato a giudizio per il sequestro di Abu Omar, come l’ex capo del Sismi Niccolò Pollari e il suo fedelissimo Pio Pompa, che ne sarebbe di lui? L’avrebbero promosso consulente di Palazzo Chigi e giudice del Consiglio di Stato (come Pollari), o dirigente del ministero della Difesa e commentatore del Foglio (come Pompa). E se, arrestando Totò Riina, si fosse dimenticato di perquisirne il covo lasciandolo a Cosa Nostra, come il generale Mario Mori, oggi sarebbe comandante del Sisde e vigilerebbe sugli appalti nella piana di Gioia Tauro. Se fosse sotto inchiesta per la mattanza del G8 di Genova, come l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro, sarebbe capogabinetto del ministro dell’Interno Amato. O, se proprio fosse sfortunato, capo del Dipartimento analisi dell’Aisi (l’ex Sisde), com’è appena accaduto a Giovanni Luperi, ex vicedirettore dell’Ucigos, imputato per il sanguinoso blitz alla scuola Diaz. E se il comandante del vigili avesse fatto il testimone di nozze al mafioso Campanella, fedelissimo di Provenzano? Sarebbe ministro della Giustizia dell’Unione o governatore della Sicilia per la Cdl. Se fosse stato filmato dai carabinieri, come Mirello Crisafulli, ad abbracciare e baciare sulle guance il boss della sua città, sarebbe senatore Ds. Se avesse pagato mazzette alla Finanza, come il manager Fininvest Salvatore Sciascia, sarebbe socio di Michela Vittoria Brambilla. Se avesse patteggiato condanne per corruzione, come Pomicino e Vito, sarebbe membro della commissione Antimafia. Se avesse collezionato una prescrizione per mafia fino al 1980, come Andreotti, sarebbe senatore a vita. Se avesse totalizzato una ventina di processi per corruzione (semplice e giudiziaria), falso in bilancio, frode fiscale etc. e una mezza dozzina di prescrizioni come Berlusconi, sarebbe considerato dal Pd un interlocutore adatto a riscrivere la legge elettorale e un pezzo della Costituzione. Invece il comandante dei vigili di Roma ha fatto di peggio: ha parcheggiato in divieto con un permesso altri, per giunta scaduto. Dunque se ne deve andare. Come diceva Johnny Stecchino a Palermo, «il problema è il traffico».

Uliwood Party di Marco Travaglio
L’Unità del 27.11.2007




22 ottobre 2007

andreotti, cossiga, taormina, vespa, mentana


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31 luglio 2007

Totò antimafia. continua l'avventura "anti-mafia" del nostro eroe toto' cuffaro!

 Totò antimafia
   
Mentre ti sale lo sconforto e ti vien da pensare che «questi sono come Berlusconi», una mano amica ti manda un’intervista di Totò Cuffaro al Giornale di Sicilia. E ringrazi di cuore Cuffaro, perché finché ci saranno lui e i suoi mandanti sarà difficile per il centrosinistra, nonostante gli sforzi, diventare come Berlusconi.
Il governatore, fotografato senza la tradizionale coppola, [ che genio... qui Travaglio mi fa impazzire :)) ] annuncia che la sua Regione «vuol entrare nella gestione dei beni confiscati alla mafia, per accelerare il processo di assegnazione a enti o associazioni che li sfruttino per promuovere sviluppo e legalità». E minaccia di pubblicare ogni tre mesi «il bilancio trimestrale dell’attività della Regione contro Cosa Nostra». È vero che, se Pomicino e Vito fan parte dell’Antimafia, se Previti è onorevole, se Fiorani si propone come difensore civico dei consumatori dalle truffe delle banche, se Pollari è giudice del Consiglio di Stato e Pio Pompa dirigente della Difesa, se Gianpaolo Nuvoli che voleva impiccare Borrelli in piazza è direttore generale al ministero di Giustizia con delega ai diritti umani, manca solo Fabrizio Corona garante della Privacy. Dunque anche Cuffaro, imputato per favoreggiamento mafioso e indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, può partecipare alla lotta alla mafia. Non sarebbe la prima volta: l’aveva già fatto il suo amico Francesco Campanella, il giovanotto a mezzadria tra la politica (presidente dei giovani Udeur e del consiglio comunale di Villabate sciolto 2 volte per mafia) e il clan Mandalà, che fornì i documenti falsi a Provenzano per la trasferta ospedaliera a Marsiglia e, quando si sposò, esibì come testimoni Cuffaro e Mastella. Bene, Campanella era solito organizzare marce antimafia: premiò pure Raul Bova per l’indimenticabile interpretazione del Capitano Ultimo. Quindi non facciamo gli schizzinosi: se Cuffaro vuole lottare anche lui contro la mafia, lo si lasci entrare. Tutto si potrà dire tranne che non si tratti di un esperto del ramo. «Le procedure di assegnazione dei beni confiscati alla mafia», sdottoreggia il governatore imputato, «sono troppo lente. Ho chiesto al ministro degl’Interni di entrare nella gestione». Così, fra l’altro, si garantirebbe la necessaria continuità fra il prima e il dopo: l’assemblea regionale siciliana ha sei deputati indagati per mafia e un vicepresidente arrestato. Se i beni confiscati alle cosche passassero alla regione, nessuno noterebbe la differenza e si eviterebbero pericolosi salti nel buio. Ma Totò Antimafia si spinge oltre e promette «controlli preventivi nel sistema dei finanziamenti» pubblici e dei fondi comunitari di Agenda 2007, «affinché le risorse siano utilizzate al meglio evitando infiltrazioni mafiose». Anche perché «ancora si incontrano difficoltà a ottenere, in sede di assegnazione degli appalti, la certificazione antimafia». E meno male che la certificazione non devono rilasciarla anche i politici, altrimenti lui avrebbe qualche problemino. E così il suo spirito-guida Calogero Mannino, imputato di mafia, adulterazione di vini e truffa allo Stato finalizzata alla concessione di finanziamenti pubblici alla sua azienda vinicola Abraxas, dunque senatore dell’Udc: ieri la Guardia di Finanza, su ordine del gip di Marsala, ha sequestrato all’azienda beni per mezzo milione. Chissà se Mannino aveva la certificazione antimafia: pare di no, visto che di recente aveva dovuto dimettersi da presidente del Cerisdi, il centro studi palermitano d’eccellenza, perché il prefetto gliel’aveva negata, tagliando fuori l’istituto dai fondi pubblici. Mannino ottenne l’immediata solidarietà di Buttiglione e Cesa, ma pure da Follini, ultimo acquisto del Pd: tutti sdegnati contro il prefetto che osa negare il certificato antimafia agl’imputati di mafia. Mannino, sobriamente, lo paragonò ai prefetti fascisti «che mandavano al confino Gramsci e Pertini». Ora Totò illustrerà i propri solidi meriti antimafia («abbiamo finanziato la ristrutturazione di un capannone da adibire a laboratorio di indagine chimica della polizia scientifica») in un libro, ovviamente a spese della Regione: «Il nostro no alla mafia». L’ultima volta che patrocinò un libro - un’enciclopedia sulla Sicilia - incaricò Andreotti di compilare la voce «Salvo Lima». Questa volta, per cambiare, potrebbe affidare la prefazione a Dell’Utri.

ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità (25 Luglio 2007)

VI CONSIGLIO ANCHE LA VISIONE DI QUESTO FILMATO


TANTO PER NON DIMENTICARE MAI DA QUALE PARTE E' SEMPRE STATO IL MITICO CUFFARO... ANCHE GIOVANNI FALCONE E' SBALORDITO!!!
CHE VERGOGNA DI PRESIDENTE REGIONALE!!!


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13 febbraio 2006

Andreotti e la verità cancellata

   Andreotti e la verità cancellata


di Gian Carlo Caselli

Francesco Cossiga ha scritto all’Unità di sabato 11 febbraio una lettera sul processo Andreotti, alla quale il giornale ha risposto parlando di «arguzia e vis polemica» del senatore. Si può essere arguti e polemici fin che si vuole, ma i fatti restano fatti. E per quanto concerne il processo Andreotti i fatti sono questi.

All’esito del processo di primo grado celebrato a Palermo il senatore Andreotti è stato assolto. L’assoluzione utilizza lo schema argomentativo tipico dell’insufficienza di prove: afferma la sussistenza di un elemento a carico e vi fa seguire - ogni volta - la considerazione che quell’elemento, preso in sé, potrebbe anche avere altre spiegazioni. Prendiamo, ad esempio, la vicenda di Michele Sindona, bancarottiere legato alla mafia siciliana, condannato come mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli, il commissario liquidatore della sua banca, ucciso a Milano l’11 luglio 1979. Secondo la sentenza di primo grado, Andreotti destinò a Sindona «un continuativo interessamento, proprio in un periodo in cui egli ricopriva importantissime cariche governative». Fu «attivo» il suo «impegno per agevolare la soluzione dei problemi di ordine economico-finanziario e di ordine giudiziario» di Sindona e per avvantaggiarlo nel «disegno di sottrarsi alle conseguenze delle proprie condotte». Se «gli interessi di Sindona non prevalsero» fu merito di Ambrosoli, che si oppose ai progetti di salvataggio del finanziere, sostenuti invece da Andreotti, altri politici, ambienti mafiosi e piduisti. Andreotti «anche nel periodo in cui rivestiva le cariche di ministro e di presidente del Consiglio si adoperò in favore di Sindona, nei cui confronti l'autorità giudiziaria italiana aveva emesso fin dal 24 ottobre 1974 un ordine di cattura per bancarotta fraudolenta». I referenti mafiosi di Sindona conoscevano «il significato essenziale dell’intervento spiegato dal senatore Andreotti (anche se non le specifiche modalità di esso)». E tuttavia, conclude il Tribunale, non vi è «prova sufficiente che l’imputato abbia agito con la coscienza e volontà di apportare un contributo casualmente rilevante per la conservazione o il rafforzamento dell’organizzazione mafiosa».
L’assoluzione del Tribunale è stata parzialmente riformata dalla Corte d’Appello di Palermo, che con sentenza del 2 maggio 2003 decreta «non doversi procedere... in ordine al reato di associazione per delinquere... commesso fino alla primavera del 1980, per essere lo stesso reato estinto per prescrizione; conferma, nel resto, la appellata sentenza».
Dunque, fino al 1980 il senatore Andreotti è stato riconosciuto responsabile del reato di associazione a delinquere (l’associazione mafiosa, il 416 bis, è stata introdotta solo dopo i fatti contestati). Per le accuse successive alla primavera del 1980, la Corte d’Appello conferma l’assoluzione ai sensi dell’articolo 530, secondo comma, del Codice di procedura penale, che ricalca la vecchia insufficienza di prove.
Questa sentenza della Corte d’Appello sarà confermata, in via definitiva e irrevocabile, dalla Corte di Cassazione il 15 ottobre 2004.

Chi volesse approfondire la materia può consultare il documentatissimo volume di Livio Pepino intitolato «Andreotti, la mafia, i processi» (Editore EGA, Torino 2005). Qui mi limito a riprodurre un passo della sentenza della Corte d’appello, là dove - sintetizzando una motivazione che si sviluppa per oltre 1500 pagine - si sostiene che l’imputato «con la sua condotta (...non meramente fittizia) ha, non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale e arrecato, comunque, allo stesso un contributo rafforzativo manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi». In definitiva, la Corte ritiene «che sia ravvisabile il reato di partecipazione alla associazione per delinquere nella condotta di un eminentissimo personaggio politico nazionale, di spiccatissima influenza nella politica generale del Paese ed estraneo all’ambiente siciliano, il quale, nell’arco di un congruo lasso di tempo, anche al di fuori di una esplicitata negoziazione di appoggi elettorali in cambio di propri interventi in favore di una organizzazione mafiosa di rilevantissimo radicamento territoriale nell’Isola: a) chieda ed ottenga, per conto di suoi sodali, ad esponenti di spicco della associazione interventi para-legali, ancorché per finalità non riprovevoli; b) incontri ripetutamente esponenti di vertice della stessa associazione; c) intrattenga con gli stessi relazioni amichevoli, rafforzandone la influenza anche rispetto ad altre componenti dello stesso sodalizio tagliate fuori da tali rapporti; d) appalesi autentico interessamento in relazione a vicende particolarmente delicate per la vita del sodalizio mafioso; e) indichi ai mafiosi, in relazione a tali vicende, le strade da seguire e discuta con i medesimi anche di fatti criminali gravissimi da loro perpetrati in connessione con le medesime vicende, senza destare in essi la preoccupazione di venire denunciati; f) ometta di denunciare elementi utili a far luce su fatti di particolarissima gravità, di cui sia venuto a conoscenza in dipendenza di diretti contatti con i mafiosi (n.d.a.: le «vicende particolarmente delicate per la vita» di Cosa Nostra e i «fatti di particolarissima gravità» sopra menzionati riguardano Piersanti Mattarella, Presidente della Regione Sicilia, coraggioso uomo politico democristiano impegnato in un’opera di moralizzazione che l'aveva posto in rotta di collisione con la mafia, che perciò lo uccise il 6 gennaio 1980); g) dia, in buona sostanza, a detti esponenti mafiosi segni autentici - e non meramente fittizi - di amichevole disponibilità, idonei, anche al di fuori della messa in atto di specifici ed effettivi interventi agevolativi, a contribuire al rafforzamento della organizzazione criminale, inducendo negli affiliati, anche per la sua autorevolezza politica, il sentimento di essere protetti al più alto livello del potere legale».

Giudichi il lettore - a questo punto - se i processi di Palermo ad Andreotti possano ancora definirsi un «naufragio giudiziario» (sono le parole che usa il senatore Cossiga, nel riferirsi indistintamente ai «processi a Giulio Andreotti»). Il fatto è che le sentenze di Palermo riguardanti il caso Andreotti sono state sistematicamente stravolte o nascoste. E sono convinto che anche il senatore Cossiga è rimasto vittima di questa colossale disinformazione. Altrimenti non scriverebbe quel che ha scritto. Fornirebbe invece - come ha sempre cercato di fare - il suo onesto contributo alla ricerca della verità. Perché non è con la cancellazione della verità che si contribuisce a risolvere la «questione mafia». Questione che al senatore Cossiga sta indubbiamente a cuore non meno che a me.

 

 


 


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